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Come darsi il permesso di cambiare professione?

Se mi segui su Facebook, sai che ho annunciato il mio cambio di professione a luglio. Alcune persone, leggendomi, mi hanno chiesto: “Come darsi il permesso di cambiare professione?“. Si tratta di persone talentuose, che non riescono più a riconoscersi nelle scelte che erano valide fino a qualche tempo fa. Scelte che ora appaiono superate e che, bloccate, fermano il fluire della persona. Non si va né a destra, né a sinistra, si sta. Magari si recrimina, ci si lamenta, ci si sente infelici ma non si sceglie. La strada che davvero si vorrebbe è piena di incertezze, quella che si frequenta al momento è sicura ma deprivata di senso. Ed è proprio una questione di senso, quella che si va ad affrontare.

L’origine dell’insoddisfazione

Stancarsi di un qualcosa che ci è appartenuto per tanto tempo non accade dall’oggi al domani, senza motivo. Se ci sentiamo rispettati, connessi con la nostra voce interiore, creativi come ci fa bene essere, se la strada che perseguiamo è in linea con valori, aspirazioni e con il progetto di vita più grande che appartiene ad ognuno di noi, questa fatica di vivere la professione non assume la forma del desiderio di abbandono. Voler chiudere un capitolo di vita, seppur professionale, ha a che fare con un motivo importante, un passaggio evolutivo, che ci ha portato oltre una certa situazione. Talvolta, il cambiamento assume la forza della fuga per non restare, per eludere responsabilità e maturità nell’affrontare momenti difficili. Quando, però, si tratta di esigenze d’anima elaborate, esperienze che sentiamo di aver chiuso, desiderio di aprirci al nuovo, ecco allora che tutto acquista una nuova sottigliezza, un nuovo senso.

In questo caso, la domanda da porsi è: che senso ha, per te, essere rimasta così tanto nella tua professione? Che senso ha avuto, per te, fare quella professione? Che bisogno ha colmato e come ti ha garantito la risposta alle necessità che hai avuto fino ad oggi?

Cambiare professione, trovare la propria identità, staccarsi dai genitori

Cambiare professione è una questione di identità: per molte persone, il lavoro definisce la persona e, anche se sono due entità diverse, molti le vivono come ultra connesse, come un tutt’uno.

Sono una brava persona se sul lavoro mi stimano. Sono una persona di valore se sul lavoro raggiungo sempre tutti i risultati in minor tempo e prima degli altri. Posso dirmi brav* se, finalmente, mia madre/mio padre riconosce che ho fatto una cosa buona.

Sono tutti pensieri, frasi, riflessioni, accorpamenti linguistici che nutrono o dimezzano l’autostima di tanti professionisti. Si mescolano piani e, in questo pentolone dove si cucina l’autostima con la relazione genitoriale con le abilità strettamente professionali, l’identità di una persona è appannata da tanto rumore intorno.

Quando la vita ti ferma, quando arriva un dolore troppo grande per essere affrontato con le solite soluzioni, quando apri gli occhi su qualcosa di eccezionale, inizi a chiederti chi sei e se le scelte che hai fatto sono davvero pertinenti con la Persona che sei, la Persona che ti appartiene e che si scollega dai rispecchiamenti di lavoro, famiglia e società.

Chi sei tu, al di là di essere un figlio o una madre. Chi sei tu, al di là delle tue otto ore davanti al computer. Come sei? Che senso ha, per te, essere come sei?

Cambiare professione: come capire quando è giusto?

Ti porto la mia esperienza come esempio senza la pretesa che vada bene anche per la tua situazione.

Dal 2012 ho sempre lavorato nella comunicazione digitale. Il mondo della comunicazione online mi ha coinvolto da prima del 2006 come utente, come blogger e come vittima di truffe ai danni di minori via SMS, truffe che mi hanno portato verso diverse tipologie di violenza e verso la necessità di proteggermi.

Mi sono protetta imparando tutto della comunicazione online e, lavorando grazie al web, ho attivato il massimo controllo possibile su qualsiasi utente entrasse nella mia sfera di dialogo tutelando così la mia vita. Quando dico “massimo controllo” intendo dire, per esempio, fare delle ricerche prima di accettare un’amicizia, gestire le impostazioni di privacy, usare le black lists etc. La comunicazione digitale è stato il mio modo per proteggermi dallo stalking. E’ diventata il mio lavoro perché non riuscivo a fare altro se non stare davanti al computer ad analizzare dati e a controllare accessi. Ne ho fatto una professione per raggiungere l’indipendenza che mi ha portato via da una situazione di abuso domestico (raccontato nel mio libro) .

Nel corso degli anni, però, la percezione di me è cambiata. Ho iniziato a seguire percorsi di crescita personale e a chiedermi: cosa potrei essere se non fossi più una vittima? Che storia potrei raccontare di me, se non mi identificassi più solo come vittima di violenza? Come potrei presentarmi al mondo intera, senza la comunicazione digitale come protezione? Le risposte sono affiorate lentamente, con molto tempo di decantazione.

In questo tempo, ho capito la funzione della mia professionalità, dei corsi, dei master seguiti e dei bisogni reali, profondi, che mi hanno mosso in tal senso. No, non erano le qualifiche e nemmeno le certificazioni. Era l’autostima, la sicurezza, il riconoscimento sociale, l’inclusione sociale, il contatto con le persone in una modalità congrua con la mia ansia da contatto.

Ho seguito molti percorsi di psicoterapia, counselling, coaching, costellazioni familiari. Ne avevo bisogno per me. Arrivare, adesso, a svolgere la professione di coach è un atto trasformativo. Ho qualcosa da dare, non cerco di guarirmi.

Sentirti, sentire, riconoscere

I cambiamenti nascono dal riconoscere e il riconoscere si attiva quando il tuo corpo e la tua mente riescono a sentire veramente. Indaga i cambiamenti che vuoi agire partendo dalle emozioni che questi ti suscitano.

Dolore? Ansia? Gioia? Paura? Rabbia? Cosa si muove, dentro di te, quando pensi ai cambiamenti e come puoi dare voce completa a queste emozioni, entrarci in contatto? Come puoi dare a questi sentimenti la tua attenzione piena, cosciente, senza distrazioni?

Cambiare professione è un atto trasformativo, che agisce sulla tua identità.

La tua identità vibra quando riesci a sapere chi sei, cosa provi, cosa vuoi davvero e cosa ti ha motivato nelle scelte, senza un metro di giudizio giusto o sbagliato, vittoria o fallimento.

Il momento giusto

Penso che lo senti quando è arrivato il momento giusto per fare il salto, per cambiare. Diventa talmente evidente, fisiologico, che rinnegare questa tensione verso la gioia, significa auto infliggersi dolore. Cambiare non è fallire. Cambiare è permetterti di essere quello che sei diventato, un’ottava sopra rispetto alla posizione in cui eri prima. Le scelte che hai fatto prima andavano bene perché rispondevano alle tue esigenze. Siamo esseri liquidi, siamo in divenire, siamo in trasformazione e per questo, prima o poi, arriva il momento di lasciare il passato per il futuro. Nel tuo presente, semini il futuro con ogni scelta che fai.

Buon viaggio!

Carolina

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