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10 elementi che amo della Gestalt applicata al coaching

Nel 2021 incontrai la Gestalt applicata al coaching.

Stavo vivendo un momento di ridefinizione. Ero in ricerca. Di senso e confini. Il malcontento – o meglio, la sensazione di aver bisogno di altro – rispetto alla mia professione principale (consulente di comunicazione) stava diventando sempre più acceso. Perché non potevo lavorare con le persone su quello che davvero incideva nei risultati: la loro crescita personale. I software, da soli, sono solo software.

Le persone, se non si permettono di dirsi la propria verità e di trovare azioni per usare, trasformare, mettere a patrimonio e mettersi al servizio attraverso questa verità, non raggiungono risultati. Il confine del mio codice ATECO mi stava stretto. Soprattutto, non avevo argomenti di cui mi importava realmente parlare, non sentivo di avere nulla di diverso rispetto ai colleghi o alle web agency che offrivano servizi integrati di comunicazione. Vedendo le manipolazioni del marketing e gli inganni dei funnel, rifuggivo dall’aderire a quei metodi perché, certo, facevano vendere ma non producevano, a mio avviso, risultati tangibili duraturi nelle persone.

Infine, stavo per pubblicare il mio libro “Mercurio. Una storia vera” e non trovavo il senso del libro nel complesso della mia vita professionale. Allo stesso tempo, non volevo lasciarlo come esercizio di stile perché ne riconoscevo il valore.

L’Unicorno

L’unicorno, nella mia scuola di coachign con metodologia della Gestalt, è il talento, l’unicità, quel tesoro che appartiene solo a te e che davvero ti rende speciale, irripetibile per chi sei tu davvero.

Al riguardo, avevo già incontrato più volte l’input del “trova il tuo talento e le persone verranno da te per quella caratteristica che ti rende unico” però non ne avevo mai fatto esperienza diretta, fisica.

La differenza fra gli input delle altre esperienze e l’Unicorno nella Gestalt è che qui ciò che conta non è l’unicorno in sé per sé (quindi l’obiettivo) ma il viaggio che ti porta a trovare questo Unicorno. Chi diventi mentre sei in viaggio. Poi, che tu riesca a trovare l’Unicorno e ad “acciuffarlo” oppure no, questo non è rilevante. Quello che fa la differenza è quanto ti lasci attraversare dalle esperienze per scoprire il tuo senso, il tuo talento, la tua percezione di valore. Lo scopo è vivere a piano, lasciarsi forgiare dal viaggio.

Questo approccio (Gestalt) mi appartiene e, quando è stato dichiarato, ho sentito da subito un grande rilassamento mentale: uscivo dalla performance e dal giudizio sul risultato per approdare in una nuova terra dove ciò che conta è la vita, il mettersi in gioco. Nella mia scuola, infatti, non ci sono votazioni come conseguenza dei laboratori e delle esercitazioni. Nessuno ti dice: “Bravo! Ti metto un bel 10 e lode!” perché l’obiettivo non è il 110 universitario. L’obiettivo è chi diventi mentre fai esperienza, è capire la tua esperienza e, se non la vuoi fare, lasciare spazio al senso che questo rifiuto ha per te in questo momento. C’è una grande base di possibilità e di rispetto.

Io sono io, tu sei tu

La separazione degli unicuum. In famiglia, nelle relazioni, nella società, sul lavoro, ovunque c’è la confusione fra i destini delle persone. Accettare che “io sono io e tu sei tu” significa darci la possibilità di uscire dall’obbligo di dover compiacere, di dover seguire le strade precostituite da altri o di imporre ad altri il nostro volere. Vuol dire permettere all’unicità di esistere e manifestarsi, stando in quel senso di abbandono che si prova quando si divide la pretesa sotto forma di “fratelli Siamesi“.

Se io sono io e tu sei tu, vuol dire che possiamo avere strade comuni o diverse, uguali o parzialmente simili o del tutto in dissonanza e questo non è un problema, va bene così. Questa presenza nel corpo del proprio essere a sé stante rispetto al “comparto unico” permette lo stesso di fare della strada insieme con la differenza che, se io sono io e tu sei tu, possiamo lasciar emergere le differenze. Allora quando queste ci dividano, la strada non è una strada di guerra o di pace ma è una via di accettazione e libertà, rispetto ed identità. Maturità.

Imperfezioni

Se io sono io e tu sei tu, vuol dire che siamo umani. Se siamo umani e non siamo divini, siamo imperfetti. Darsi il permesso di poter essere imperfetti e, allo stesso tempo, sentire di meritare ugualmente amore, apre alla libertà. Toglie aspettative. Riduce fino ad azzerare le pretese verso l’altrui perfezione perché, nel riconoscerci imperfetti, possiamo riconoscerci umani insieme agli altri. Non solo. Trovare il proprio talento partendo dal riconoscimento delle imperfezioni significa imparare a danzare sotto alla pioggia. Vuol dire fare con quello che c’è, stare con quello che c’è.

Nel viaggio alla scoperta del potenziale nelle imperfezioni, la persona attinge a risorse e talenti caratterizzanti che, strada facendo, identificano il suo stile. Nella professione, nel lavoro, nella vita, nelle relazioni, le imperfezioni servono a renderci riconoscibili e come amministriamo i nostri talenti e le nostre imperfezioni che fa la differenza fra ciò che riusciamo a creare e ciò che, invece, perdiamo.

Occhiali

Gli occhiali sono la prospettiva con cui si guardano le situazioni. Quali occhiali indossi ora determina la percezioni con cui definisci un problema, una situazione. Capire che esistono diverse prospettive, ti dà la libertà di relativizzare tutto quello che vivi, alleggerire e, allo stesso tempo, scendere in profondità. Surfare in superficie scendendo in profondità è una cosa molto sottile. La leggerezza si compone di profondità sperimentate con occhiali differenti.

Anche in questo caso, portare nel quotidiano questo concetto significa fare un bagno di umiltà: si tende spesso a pensare che la propria opinione sia l’unica opinione, quella giusta per il semplice fatto che la stiamo pensando o vivendo. In realtà, la stessa cosa può avere vari significati a seconda di chi la interpreta, la vive, la pronuncia, la scrive. Fanno la differenza così tanto le emozioni, le contingenze, che ogni certezza può essere relativizzata in base agli occhiali che si indossano. Ognuno ha le sue verità, soprattutto quando queste riguardano le emozioni, i bisogni, le aspettative. Capire questo ti porta ad agire con la consapevolezza della percezione. Il fare, il parlare, ripulito dalla pretesa di verità indiscutibile, può incontrare l’altro su un piano diverso.

Confini

I confini sono un elemento davvero importante per me perché nell’assenza di confini, ho perso me stessa tante volte. Le buone intenzioni che prevaricano i confini non sono sempre lecite. Permettersi di definire questi confini significa vedere il proprio spazio vitale, scegliere cosa siamo disposti ad accettare e fino a che punto vogliamo che le persone entrino nella nostra intimità. L’incontro al confine è questo: sapendo fino a dove ti permetto di spingerti, possiamo condividere esperienze insieme. Se superi il confine, sai che verrai respinto.

Permettersi di scegliere i confini, di dire e manifestare i confini è un passaggio di liberazione che può lasciare dietro di sé delle relazioni frantumate perché passare dal non avere confini ad averne è un’esperienza di limite. Ma riuscire a dirlo, a farlo percepire, mantenendo un atteggiamento coerente con l’ “io sono io e tu sei tu” nutre l’amore. Sapere che, poi, ognuno vivrà l’esperienza secondo i propri occhiali, permette ad ognuno di assumersi la responsabilità al riguardo.

Ruoli

Confini portano con sé la consapevolezza del proprio ruolo in tutti gli ambiti di vita. Tenere il ruolo è una questione di presenza. Non si tratta solo di leadership (che tanto va di moda ora). Si tratta proprio di essere presenti a sé stessi e di sapere esattamente il senso di quello che si sta facendo, i propri limiti nella relazione e i confini degli altri. Tenere il ruolo nella delega presuppone uno sguardo d’insieme ed una capacità precisa di dire quello che vuoi o che non vuoi.

Esplorare i ruoli è un viaggio nella consapevolezza: ti porta a chiederti che ruolo vuoi avere e come lo stai esercitando, cosa vorresti cambiare, quanto sei disposto a essere presente per rimarcare il tuo ruolo oppure quanto sei disposto a lasciar andare per togliere controllo. Tutto questo ti fa incontrare con te stesso.

Senso e sentire

Prima di incontrare la Gestalt, non avevo mai dato peso al senso che ha praticamente ogni cosa per qualsiasi persona che la vive. Ogni cosa ha un senso diverso e questo lo si può cogliere riconoscendo gli occhiali che si stanno indossando ma anche dandosi il permesso di sentire.

Sentire nel corpo, oltre che nella mente. Sentire nell’immaginazione e nella concretezza. Il senso si manifesta nel corpo e il sentire del corpo racconta quello che la mente censura o si impedisce di esprimere. E’ la propria verità della persona e può accadere nel momento in cui ci si dà il permesso di stare in ascolto. Persino il silenzio è un grande recettore di sensi e significati.

Domande attivanti

Nella Gestalt applicata al coaching, alcune tecniche del colloquio si basano sulle domande attivanti, che iniziano per “Quanto, cosa, come“. Questo perché portano la persona a riflettere sull’atto pratico, non solo sulla parte razionale. Il “perché” è una domanda che lascia la persona nella mente. Il quanto, il cosa e il come aiutano la persona ad esprimere, sentire e scegliere assumendosi la responsabilità del proprio cambiamento, delle emozioni, dei pensieri. Non solo.

Permettono alla persona la libertà dai miei pensieri, dalle mie aspettative. Le domande attivanti mettono il focus sul volere e sul desiderio di chi ho di fronte e questo mi mette in secondo piano, toglie imposizione, condizionamento, lascia libertà.

Qui e ora

La Gestalt applicata al coaching è uno spazio di ascolto con focus sul qui e ora. Si presta attenzione al bisogno presente senza ricercare le cause genealogiche o storiche dei problemi eventualmente emersi. Viene considerata una terapia per sani proprio perché non si tratta di terapia, non viene affrontato alcun sintomo o trauma e non c’è la ricerca di una diagnosi.

Per questo è diversa dalla psicoterapia perché si focalizza sul presente, si attiva per la persona sana, ha come focus un bisogno attuale e concreto sul quale si può ancora agire. Questo mi piace perché il presente è l’unico tempo che ci è dato di vivere e su cui possiamo agire per cambiare quello che vogliamo e possiamo.

Lo dico da ex cliente di psicoterapia e, quindi, da persona che ha sempre riconosciuto un grandissimo valore all’analisi psicologica come strumento di conoscenza e accettazione dei ricordi spiacevoli. In questa fase della mia vita, però, ho bisogno di agire su quello che posso perché, ormai, del passato non posso più cambiare nulla.

In primo piano/ sfondo: il cuore della Gestalt

La Gestalt, infine, proprio perché lavora sulla percezione, ha come focus il binomio primo piano/sfondo. Questo significa lavorare sulla percezione ma vuol dire anche accettare di fare un passo indietro rispetto al cliente. Vuol dire che la richiesta iniziale del cliente è quello che in questo momento si permette di vedere ma che, nello sfondo, c’è quello che davvero conta e che tiene in scacco la richiesta. Dallo sfondo emergono le risorse per agire nel presente, su quello che c’è ora in primo piano, per trovare un nuovo equilibrio, un nuovo sentire, un nuovo modo di fare.

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